Note biografiche
Studia
con Giacomo Grosso all'Accademia Albertina di Torino e si lega d'amicizia
con esponenti dell'area simbolista, come i poeti Arturo Graf e Giovanni
Cena , che ritroverà più tardi a Roma, il critico Enrico
Thovez, ma soprattutto con Leonardo Bistolfi. Vincitore del Pensionato
artistico nazionale, nel 1906 si trasferisce a Roma, inserendosi subito
nella vita artistica e intellettuale della capitale. Nel 1910 ha una
sala alla mostra degli Amatori e Cultori, cui segue, due anni più
tardi, la personale nell'ambito della Biennale di Venezia ; qui l'artista
raduna tutte le opere del primo periodo romano, che concludono sua
fase simbolista. Nel 1913 è tra i membri della commissione
ordinatrice della I Secessione romana. La guerra del 1915-’18
segna un periodo di stasi nella sua attività. Si trasferisce
ad Anticoli Corrado, che sarà anche in seguito il luogo prediletto
per i soggiorni estivi. Tra il 1922 e il 1924 organizza insieme allo
scultore Attilio Selva una scuola d’arte presso gli Orti Sallustiani.
Le lezioni sono frequentate, tra gli altri, da Emanuele Cavalli, Giuseppe
Capogrossi, Fausto Pirandello, Onofrio Martinelli, che lo seguono
anche nei soggiorni estivi ad Anticoli. Non è difficile ritrovare
tracce del magistero di Carena nelle opere giovanili di questi artisti.
Nel 1924 si trasferisce a Firenze, dove gli è assegnata per
chiara fama la cattedra di pittura all'Accademia di Belle Arti della
quale diviene in seguito direttore.
Lo stile
La tradizione classica in Felice Carena
Quando, nel catalogo della Biennale
di Venezia del 1912, il critico Augusto Ferrero notava che Carena
possedeva «quelle virtù della tradizione per le quali
i nuovi atteggiamenti del presente si legano alle indimenticabili
glorie del passato», al di là delle espressioni retoriche
aveva ragione. Anzi, individuava con ammirevole precocità una
caratteristica fondamentale dell'artista.
Tutta la pittura di Carena si può considerare un lungo colloquio
con le «glorie del passato». Ma i «nuovi atteggiamentí
del presente» percorrono talmente le sue opere da allontanarle,
a volte radicalmente, dai modelli antichi. C'è nel lavoro di
Carena un desiderio lucido e appassionato di riannodarsi ai grandi
maestri, da Bellini a Tiziano, dal Tintoretto al Bassano, dal Caravaggio
al Tiepoio. Ma rilevare questo rapporto, che corre parallelo al rapporto
coi moderni, da Manet a Cézanne, da Courbet a Daumier a Kokoschka,
non basta. Non basta, vogliamo dire, se ci si limita a constatarlo
senza approfondire i modi dello sguardo, le interpretazioni che Carena
dà del passato. Interpretazioni che si possono riassumere approssímativamente
in questi termini: nelle opere giovanili Carena ripensa all'antico
ora caricandolo di pathos, ora di un accorato realismo; nell'immediato
dopoguerra e lungo gli anni Venti giunge a un classicismo che assorbe
gradualmente al proprio interno le spinte realiste e si vela però,
come del resto tutto il classicismo del periodo, di un sentimento
di enigmaticità e di assorta malinconia; a partire dagli anni
Trenta evolve il proprio linguaggio verso quello che si potrebbe definire,
se il termine non fosse un ossimoro, un «classicismo espressionista»:
una pittura esistenziale in cui i rimandi all'antico sono vissuti
con una tensione drammatica sempre più febbrile. Ma vediamo
più da vicino questi momenti, prendendo in considerazione qualche
opera emblematica. Come è noto, Carena incomincia la sua ricerca
pittorica agli inizi del secolo sotto l'influsso di Segantini e di
Millet, che si intreccia con la suggestione dei preraffaelliti e di
Whistler, con gli insegnamenti di Bistolfi, con l'interesse per Bócklin
e per Carrière. Il suo percorso, dunque, non coincide con quello,
caro ai protagonisti del moderno, che dall'impressionismo porta a
Seurat o a Cézanne, e di qui al futurismo o al cubismo e all'àstrattismo
geometrico. Lui stesso descrive così il suo primo viaggio a
Parigi, awenuto nel 1900: «Non capii nulla allora, mi ricordo
solamente l'Olympia di Manét, e proprio Míllet col suo
místícísmo; né gli impressionisti né,
naturalmente, Cézanne».
I suoi interessi espressivi risalgono piuttosto alle vicende della
pittura prima dell'impressionismo (Manet, Millet) e insieme alle varie
declinazioni del simbolismo italiano ed europeo: a momenti artistici,
cioè, ancora intessuti di reminiscenze e di interpretazioni
ora realistiche ora tardo-romantiche del passato. Su questo complesso
sostrato si innesta, con il trasferimento a Roma nel 1906, quella
che egli stesso chiama «la scoperta della tradizione»,la
rimeditazione della storía dell'arte, soprattutto del Cinquecento
e del Seicento, condotta dal vivo, nei musei e tra i monumenti della
capitale. In questo senso maestri antichi e moderni si sovrappongono
nella formazione di Carena senza soluzione di continuità («Accanto
agli antichi Maestri amò ed ama il Carena Maestri dett'oggi»
osserva ancora Ferrero),e non è difficile riconoscere la lezione
dei primi, pur venata di sentimento e talora di sentimentalismo, nelle
opere intorno agli anni Dieci. Così i ritratti e le composizioni
dense d'ombra di questo periodo recuperano attraverso Carrière
ora lo sfumato leonardesco, ora la maniera atenebrosa dei pittori
secenteschi. E una maternità come Madonna (1911) non è
che la versione, in chiave di teatralità Belle Époque,
di una Madonna delia seggiola innervata da una volumetria e da un
dinamismo michelangioleschi. Notiamo già qui, in quest'opera
che appartiene alla prima maturità dell'artista (Carena ha
a questa data trentadue anni), una maniera ampia e insieme circolare
di guardare ai maestri. Non un solo modello, ma più modelli:
fili di una trama che il pittore intreccia non in modo eclettico,
ma sottolineando la loro affinità e la loro continuità
ideale. È da notare inoltre che, rispetto al neo-rinascimentalismo
contemporaneo, Carena elimina ogni accento epico e ogni riferimento
mitologico. L'arte di Michelangelo, e di Raffaello, viene rivissuta
nella sua dimensione più intima, entro un orizzonte di affetti
quotidiani, senza miti ed eroismi, come senza ermetismi estetizzanti.
La ricerca di Carena svela però presto quell'intensa predilezione
per Tiziano e per la pittura veneta, che egli stesso riconoscerà
come l'arte a lui più vicina. Già nell'opera Il morto,
infatti, esposta alla Biennale di Uenezia del 1912, l'artista riprende
soprattutto la Deposizione di Tiziano, che doveva aver visto direttamente
al Louvre nel viaggio del 1900. Accentua però il realismo della
scena, trasformando il soggetto da un episodio di storia sacra nell'epilogo
di una vicenda umana e sottolineandolo con un titolo senza eufemismi.
L'immagine che Tiziano dilatava orizzontalmente nella sequenza dei
portatori qui si restringe alla sola parte centrale, con un effetto
di cruda drammaticità. E il volto segnato, senza vita, che
il maestro cadorino poneva in un cono d'ombra, in Carena è
lividamente esposto alla luce, rafforzando quella pietas che l'opera
tende a ispirare. Lo stesso procedimento espressivo si ritrova nel
Nudo (1914), anch'esso di matrice tizianesca: più che una ripresa
della Venere di Urbino, è un ribaltamento quasi speculare della
venere del Prado, filtrato attraverso I'Olympia di Manet. Anche qui,
rispetto alla nobíltà del modello cinquecentesco, si
assiste a un'interpretazíone realistica, evidente nell'ambientazione
spoglia e insignificante della scena o nel profilo marcato e inelegante
della donna, la cui figura non è impreziosita dagli ornamenti
come quella vecelliana. Il modello di questo abbassamento' del soggetto
è Manet, creatore di un'arte senza miti.
Ma quello che interessa a Carena non è tanto la desacralizzazione
provocatoria del personaggio, quanto la sua dolorosa umanizzazione.
Con questa sua Venere dimessa, così poco vincitrice, non insiste
sul fascino della seduzione, ma sull'eloquenza della vulnerabilità,
di una condizione umana più malinconica che sensuale. È
comunque nel dopoguerra che il rapporto di Carena con la tradizione
diventa più consapevole e sistematico. Sono gli anni, questi,
in cui in Italia e in Europa si assiste al cosiddetto ritorno all'ordine,
o meglio, gli anni in cui diventa più profondo e condiviso
quel senso della classicità che in realtà si era manifestato
già agli inizi del secolo, ora compenetrando le ricerche delle
avanguardie, ora affiancandole (si pensi, per fare qualche esempio,
alle tarde declinazioni del simbolismo in Europa; alla Rinascenza
catalana in Spagna; in Francia alla Renaissance Classique e all'«Occident»,
all'opera di ex nabis come Maillol e Denis, a quella neo-cinquecentesca
di Bernard, al Picasso greco del 1905-6, al richiamo a Ingres e Poussin
del cubismo di Montparnasse, al Derain bizantino, all'ultimo Renoir.
I'ordine, in realtà, era stato ben poco abbandonato). In particolare
a Roma sono gli anni in cui «La Ronda» cardarelliana si
fa portavoce di una letteratura che vuole perpetuare la tradizione
classica; gli anni in cui, parallelamente, la rivista «Valori
Plastici» raccoglie l'appèllo alla classicità
di De Chirico e Savinio, il richiamo al primitivismo di Carrà,
l'elogio dei valori mediterranei di Soffici.
In questo clima di intensa vocazione classicista Carena si ritrova
naturalmente. Soprattutto il rapporto con Soffici, di cui era amico
fin dal tempo di guerra, gli suggerisce un'idea di tradizione allargata
che anch'egli condivide. Nella rivista «Rete mediterranea»,
pubblicata nel 1920, Soffici aveva sostenuto un ritorno alla tradizione
che non degenerasse nell'arcaismo, cioè nella copia dí
stili del passato, ma fosse corretto da un continuo rapporto con la
realtà e animato da una volontà costante di essere del
proprio tempo. Questa polemica trova solo parzialmente d'accordo Carena,
che nelle sue opere non aveva mai eluso
le reminiscenze, pur reinterpretandole secondo la propria sensibilità.
Ma il realismo sofficiano aveva il merito di non restringere artificialmente
la storia dell'arte a un dato stile o a un dato periodo.
Soffici infatti aveva dichiarato di scegliere come propri maestri
Cézanne, Renoir e Fattori, perché erano i moderni continuatori
della tradizione, intendendo con questo termine una linea artistica
ininterrotta che andava dal realismo delle grotte preistoriche a quello
di Delacroix e Courbet. Dunque non a un secolo pensava Soffici, ma
a una storia secolare. Non a caso, molti decenni dopo (1964), scrivendo
un commosso ricordo dell'amico appena scomparso, Carena dirà
di lui: «Era profondamente innamorato di Giotto, di Masaccio,
di Rembrandt e di Tiziano» e Sottolineerà cioè
che le predilezioni di Soffici spaziavano dal Trecento al Quattrocento,
dal Seicento al Cinquecento, senza cesure. Era questa anche la posizione
di Carena. Più che il primitivismo di Carrà (anche se
intorno al 1920 non manca nella sua pittura qualche richiamo a Giotto,
dalla figura velata dei Contadini, alla volumetria massiccia e squadrata
del Porcaro); più che il quattrocentismo di De Chirico (anche
se opere come la Deposizione hanno un impianto neoquattrocentesco)
a Carena interessa una linea veneta in senso lato, che da Bellini
giunge a Tiziano e da qui al Bassano, al Tintoretto, al Greco, inoltrandosi
fino al Seicento e allargandosi allora al Poussin neo-tizianesco,
a Caravaggio e a Rembrandt. Si è visto come l'artista, lo dichiarava
lui stesso, fosse sempre stato attratto dal Quattrocento e dal Cinquecento
veneti. Il fervore degli studi sul Seicento,la riscoperta di Caravaggio
operata da Venturi, da Marangoni e da Longhi, gli suggeriscono altri
motivi di riflessione. Ponendo al centro del suo interesse non un
dato secolo, ma una continuità pittorica, Carena non è
gravato nella sua ricerca da quella contrapposizione fra primitivismo
e Rinascimento, o fra Rinascimento e Barocco, che occupa e per certi
aspetti affatica il dibattito italiano tra il 1921 e il 1922. Per
Carena il problema non è identificare un momento privilegiato
della tradizione (Bellini o il Greco, Tiziano o Bassano), quasi che
la storia dell'arte sia storia di contrapposizioni che si escludono
reciprocamente. Come chiarirà in un articolo del 1942, la tradizione
è un «gran fiume» in cui l'artista deve trovarsi
naturalmente, involontariamente, senza scegliere a priori, con un
atto di fredda opzione culturale, un secolo o l'altro. «Mi piace
ricordare una definizione di Bontempelli che mi pare gusta e precisa:
Tradizione non è per lo scrittore o iI pittore, il compositore,
insomma il poeta unfrutto volontario. Egli se ne deve dimenticare.
Se sta a cercare Iui il punto dove entra nel gran fiume, sia che lo
cerchi nell'immediato vicino, sia nel Iontano passato, sbaglierà.
Colui che per essere nella tradizione brancola con le braccia tese
per andare ad afferrarsi agli antíchí opera altrettanto
íl falso di coluí che sta attaccato a maní ben
strette all'ultimo anello». Considerare la tradizione una materia
viva, un organismo unitario in continuo formarsi è dunque l'intento
di Carena, come risulta da questa sua citazione
| bontempelliana. Certo, si
tratta di una dichiarazione tarda. Ma che questa fosse la posizione
dell'artista anche negli anni Venti lo si può verificare
controllando la sua pittura in quel periodo. Osserviamo ad esempio
la Deposizione, del 1924. È evidente in quest'opera la
ripresa di una maniera quattrocentesca, e in particolare belliniana.
Soprattutto nella capigliatura inanellata del Cristo e nel gesto
accorato di Maria che |
 |
avvicina, che quasi unisce il
proprio volto a quello del Figlio è palese, e già lo
evidenziava Ojetti nel 1925, iI ricordo dell'omonimo dipinto del Bellini
a Brera. Notiamo per inciso, comunque, che l'iconografia del sepolcro
aperto e fiorito non si riallaccía a nessuna Pietà belliniana
(quelle del Museo Correr, del Poldi Pezzoli o di Toledo presentano
un sarcofago angusto, dal perimetro ben limitato) e fa piuttosto pensare
al pozzo scavato nella roccia del S.Gerolamo di Washington, sempre
del Bellini. Non è un caso. Ambientando la scena sullo sfondo
di rocce alberate, rappresentando la tomba non come un involucro marmoreo,
ma come un recinto-muretto su cui sono posate delle corolle e dentro
il quale addirittura fioriscono dei cespugli, Carena rafforza il richiamo
alla natura, chiamandola a partecipare a questa vicenda di morte e
di resurrezione: è come se Cristo venisse deposto nella terra
ed, esprimendone il destino mortale, ne garantisse con la sua presenza
anche la rinascita. Riferimento a Bellini, dunque, ma non a una sua
sola opera. E non solamente a lui: il particolare delle gambe del
Deposto, totalmente visibili in primo piano, rimanda piuttosto alla
Pietà veneziana di Antonello (anche se Carena poteva essersi
ispirato alla omonima tavola di Antonio de Saliba, pubblicata nel
1923 su «Dedalo»). Ma nei volti dei protagonisti, e in
particolare nel volto dell'uomo sulla destra (Giovanni?), Carena cambia
regno, ovvero secolo, e dal Quattrocento trapassa nel Cinquecento,
in quel non rurale del Bassano che anticipa per molti aspetti quello
del Caravaggio. Non si tratta solo di un mutamento cronologico, ma
di una metamorfosi stilistica che scivola dal classicismo aI realismo
e dall'aristocratico tono belliniano a una esplicita asprezza verista.
Richiamandosi però a uno stesso humus espressivo, e amalgamandone
i diversi momenti nella propria interpretazione, Carena evita l'eclettismo,
ottenendo che fonti e timbri diversi si armonizzino con sottili valori
di contrappunto, ma senza soluzione di continuità. Si capisce
così, tra l'altro, come nell'opera di Carena possano susseguirsi
con coerenza, a distanza di pochi mesi, dipinti di impronta prevalentemente
(ma abbiamo visto con quali inserti stilistici) belliniana come la
Deposizíone, tintorettesca come GIi Apostoli, caravaggesca
come La cena in Emmaus e rembrandtiana come Susanna. È da notare,
inoltre, che Io sguardo vasto sul passato permette all'artista di
giungere sistematicamente già nei primi anni Venti alla composizione
monumentale. I'ispirarsi non solo alla misura delle tavole quattrocentesche
ma anche alle proporzioni eroiche della figura del Rinascimento maturo
e del Seicento gli suggerisce un "far grande" che ha pochi
riscontri a questa data nel panorama italiano, se si pensa che De
Chirico, Sironi e il Novecento vi approdano, salvo singoli episodi
anticipatori, alla fine del decennio.
Per Carena, d'altra parte, tradizione classica non significa solo
rapporto più consapevole con la storia, predilezione per la
misura monumentale, oltre che, da un punto di vista stilistico, rinnovata
attenzione al disegno, alla compattezza volumetrica e all'architettura
compositiva. Significa anche avvertire la necessità di un ritorno
al mestiere nel senso più alto del termine. La sua polemica
contro le Accademie (ne propone l'abolizione, rispondendo a un'inchiesta
sull'insegnamento artistico promossa da «Dedalo» nel 1923)
non nasce dal rifiuto romantico della dimensione tecnica dell'arte,
ma al contrario dalla constatazione che nelle scuole moderne la tecnica
non è insegnata a sufficienza. Nasce cioè dal desiderio,
che egli stesso riconosce utopistico ma che non smette di coltivare,
di un ritomo alla bottega, alla pratica artigianale, alla «vera
scuola» che richiede una «amorosa e ferrea disciplina».
«So che non è cosa facile - dichiara - ritornare senz'altro
all'antíca e bella bottega, e non so nemmeno se sia possibile.
Tuttavia coll'abolizione delle Accademie avremo senz'altro abolito,
o almeno diminuito, il terribile dilettantismo e il numero degl'illusi».
La posizione di Carena, dunque, non è molto diversa da quella
di De Chirico, che dal 1919 aveva predicato con insistenza e con sarcasmo
la necessità di affinare la tecnica pittorica, criticando le
accademie italiane e additando a modello quella di Monaco, in cui
la pratica della copia, prima dei gessi e poi del modello, e lo studio
paziente dell'anatomia non erano trascurati come da noi. All'insegnamento,
va ricordato, Carena dedica le sue migliori energie e nel nostro secolo
è forse, con Funi e Casorati, l'artista che maggiormente ha
incarnato in Italia la figura del maestro classico. Dopo la breve
esperienza della scuola d'arte aperta a Roma nel 1922 con Attilio
Selva, nel 1924 è chiamato alla cattedra di pittura dell'Accademia
di Firenze, dove insegna fino al `45. Lo fa nei modi di un maestro
antico, trasformando la sua casa di S. Domenico di Fiesole, la Malafrasca,
in un cenacolo aperto agli allievi e ai colleghi, oltre che agli amici,
e prolungando le lezioni, tenute nella grande aula alle cui pareti
teneva appese fotografie di Giorgione e Masaccio,in un colloquio ininterrotto
che oltrepassa i confini e i rapporti scolastici. «Carena era
allora veramente un maestro, non nel senso mondano che si attribuisce
oggi al termíne, ma nel senso vero, antico. [...] Parlava di
pittura con scienza, ed ogni elemento estetico, tanto più se
di giudizio, non trovava spazio se non era subito appoggiato da un
dato tecnico, se cioè non si giustificava in pittura. Da Tintoretto
al Greco, dal Seicento a Courbet e a Manet il discorso di Carena era
in tema contemporaneo, come si trattasse dí colleghi, con cui
dover fare i conti tutti í giorni in una condizione vasta,
non scolastica della storia dell'arte che costituiva indubbiamente
il suofascino presso i giovani».
Appello alla tradizione, vocazione alla monumentalità, sentimento
del mestiere, caratteristiche della tensione classicista di Carena
nei primi anni Venti, confluiscono e trovano il loro manifesto nei
grandi `idilli' dipinti fra il 1921 e il 1925 , che compongono un
ciclo ideale: La quiete I (1921), La quiete II (1922), Serenítà
(1925), a cui si può accostare il piccolo Bagnanti, sempre
del 1925. L'idea a cui Carena si ispira è il Concerto campestre
di Tiziano, ripensato attraverso il Déjeuner sur I'herbe di
Manet, a cui si sovrappongono altre reminiscenze, dalle composizioni
pastorali del Bassano a echi caravaggeschi. A Parígí,
oltre a conoscere l'Olympía, Carena doveva aver vísto
al Louvre il Concerto, che allora era assegnato prevalentemente a
Gíorgione.
È un'ímpressione profonda, che, sullo sfondo del rinnovato
fervore classicista degli anni Venti, non tarda a riaffiorare. Del
resto a Roma in questi stessi anni - per la cui trattazione analitica
rinviamo al saggio di Fabio Benzi in catalogo - anche i neoclassici
si misurano col tema del nudo femminile nel paesaggio: pensiamo alla
Morte di Agar di Socrate del 1920, alla sua Uenere dormiente esposta
alla Fiorentina Primaverile del 1922, alle sue Bagnantí sempre
del 1922 e a Díana; pensiamo al Nudo di Bertoletti, presente
alla Seconda Biennale Romana del 1923, e, ancora, all'Adolescente
del 1922 di Ferrazzi, mentre una diretta ripresa dell'Olympía
si ritrova nella Fanciulla dormíente di Oppo dello stesso anno.
Ma che cosa rappresenta il Concerto di Tiziano? Al di là delle
divergenze interpretative che qui non importa riesaminare, gli studiosi
hanno indicato prevalentemente in quest'opera un significato neoplatonico:
l'allegoria dell'amore cosmico, dell'armonia ("concerto",
appunto) fra gli elementi, e più in generale fra uomo e natura.
Diverso è il senso che questa iconografia assume in Carena.
Bisogna premettere intanto che il tema del rapporto tra uomo e natura
era già stato affrontato dall'artísta nei suoi dipinti
giovanili ancora ispirati a Segantini e a Millet, da Pastorellí
a Maternítd (1903). In essí l'ímmagine della
víta nel suo nascere (íl neonato) e nel suo crescere
(i píccolí contadíní) era collocata ín
un teatro naturale (i campi, l'ovíle), in un rapporto di analogia
e di simbiosi. Vita umana, animale e vegetale procedevano parallele,
prendendo forza l'una dall'altra. Una poesia georgica, appunto segantiniana,
percorreva queste opere. Ma tutta di Carena era l'insistenza sull'accoratezza
della scena. Più che un'armonia, l'artista coglieva l'eco di
un afflato e di una compassione fra uomo e natura, cui non era estraneo
il presentimento della sofferenza. Umili e poveri, visti qui in una
dimensione cosmica, erano gli stessi che l'artista avrebbe raffigurato
di lì a poco (La rivolta, 1904) animati da una volontà
di ribellione, tesi alla ricerca di un riscatto sociale. Lo stesso
soggetto ritorna quindici anni dopo nei Contadini aI sole (1919) e
neì Contadini (1920), che sono ancora una variazione sul tema
della figura nel paesaggio. Anche qui i protagonisti della scena sono
umili: contadini, appunto (e più tardi CavaIIarí, Porcarí)
che danno all'immagine una vena di realismo. Colti nella quiete bucolica
della pausa meridiana, costituiscono sì l'emblema di una comunione
fra umanità e natura, ma esprimono anche un'idea di fatica
quotidiana: la memoria di quella condanna biblica, di quel «ti
procurerai iI pane coI sudore della fronte» che la sensibilità
religiosa di Carena non poteva ignorare. Da un punto di vísta
stilistico, però, sí nota una crescente classícizzazione
della composizíone. Ríspetto aí Contadíni
aI sole, neí Contadíní compare un tendaggio di
derivazione tizianesca che introduce un elemento aulíco nell'immagine:
inverosímile dal punto di vista della veridicità quotidiana,
la tenda stacca la rappresentazione dall'aneddotica di genere e inserisce
nell'opera un riferimento spiegabile solo come volontà di reminiscenza
e sensazione di straniamento. Aleggia infatti sulla scena un sentimento
di sospensione metafisica, un silenzio gravido dì attesa, sottolineato
e quasi impersonato dalla figura femminile sulla destra, che riprende
la donna velata giottesca dell'Incontro di Gioacchíno e Anna
agli Scrovegni.
L'evoluzione successiva di questo tema è La quiete del 1921.
Qui l'inserimento del nudo dà un definitivo sigillo di classicità
alla composizione, richiamando come abbiamo detto il Concerto tizianesco.
(Anche se il taglio compositivo giocato sulle diagonali, e l'intervento
nella scena sia di fanciulli sia di oggetti quotidiani, ricorda piuttosto
dipinti come La semina del grano del Bassano: quel Bassano su cui
Carena medita spesso, dalla Deposizione al Presepio). Queste reminiscenze
si mescolano con un'analiticità descrittiva che fa pensare
al Caravaggio: il Caravaggio del Canestro difrutta, ma soprattutto
quello paesaggista del Riposo dalla fuga ín Egitto - riecheggiato
forse involontariamente anche nel titolo, nei sinonimi riposoquiete.
Infine interviene nell'opera la memoria del Déjeuner, a cui
rimanda quasi letteralmente la donna chinata sullo sfondo. Ninfe o
dee che siano, le figure nude assumono la valenza di "bagnanti",
di creature dell'età dell'oro che vivono in accordo totale
con la natura. E l'opera rappresenta un'illuminazione sapienziale,
l'intuizione di una verità nascosta: agli occhi dei due ragazzi
la natura-ninfa si rivela nella sua bellezza e nei suoi doni, circondata
da frutti, mentre gli stessi pastorelli portano i segni di una quiete
armoniosa (il ragazzo ha una ghirlanda fra i capelli e un flauto fra
le mani, la ragazza un canestro ricolmo).
Un «Carena riappacificato col mondo» come notava Maraini
in parte. Certo domina la scena un sentimento di tranquillità
agreste, di intatto rigoglio. Ma qualcosa di troppo serio e assorto
nei due adolescenti, un'ombra nello sguardo del piccolo pastore ci
immerge in un'atmosfera meno serena, e soprattutto meno panica, di
quella cinquecentesca. Manet nel suo Déjeuner (che aveva ripreso
da un'opera perduta di Raffaello) aveva demitizzato l'idillio cosmico
trasformandolo in un convegno senza valore sacrale. Carena mantiene
invece il rarefatto lirismo della scena, ma lo vela di pensierosa
enigmaticità, di "realismo magico" o metafisico.
Egli stesso scriverà che «tutta l'arte, quando è
arte, è realismo magico o metafisica». Nella sua arte,
in particolare, a questo senso di mistero si aggiunge una cognizione
del dolore malinconicamente sottintesa. Nella quiete è soprattutto
la costruzione dello spazio che infonde tensione emotiva alla scena.
La composizione si articola per frammenti e, anziché una prospettiva
unitaria, classica, Carena ne adotta una manierista, di ascendenza
tintorettiana: una narrazione a più fuochi, che fiancheggiano
le direttrici diagonali, e in cui le singole parti (la coppia di fanciulli,
la donna chinata, le nature morte) sembrano coesistere autonomamente.
Sfondo e primo piano si susseguono non secondo un lento digradare,
ma secondo cesure non mediate, con dislivelli improvvisi. E questo
procedimento, accentuando il dinamismo dello spazio, accentua anche
la disposizione non gerarchica degli elementi. Costruita per accostamenti
più che per subordinazioni, l'architettura della composizione
non nasce da una volontà formale, ma da un'urgenza filosofica.
Quello della quiete è lo spazio della visione, del sogno, non
della realtà. E del sogno ha l'intensa vividezza, ma anche
le sottili incongruenze. Uno stesso silenzio pensieroso anima la seconda
versione dell'opera, in cui ai due fanciulli si sostituiscono due
giovani. La composizione diventa più essenziale, meno distratta
da particolari, più serrata intorno alle diagonali lungo cui
si articola, ma si vale ancora delle libertà prospettiche manieriste.
Anche qui l'immagine vorrebbe suggerire un'idea di pace bucolica,
con le zolle fiorite in primo piano, la montagna che si staglia azzurra
sullo sfondo, Ia luce dorata che avvolge il paesaggio. Ma il volto
senza sorriso della donna (l'unica figura che guardi verso di noi)
dà alla scena una nota di solenne gravità, ancora più
severa che nella versione precedente. Forse l'opera lascia trasparire
senza volerlo un ammonimento, l'idea che non esiste paradiso terrestre
che sia al riparo dal peccato umano? Certo è che la visione
sembra tutt'altro che paganeggiante. E, per contro, quanto più
l'opera di Carena assume un carattere di felicità idillica,
tanto meno la figura umana vi ha parte. Serenità (1925) rappresenta
il punto culminante e iI momento di più intensa Iiricità
deI ciclo dei "concerti". È anche il vertice della
vocazione classicista di Carena, iI punto in cui il realismo che sempre
affiora nelle sue opere si attenua fino a scomparire, lasciando spazio
a una vìsione incantata e senza tempo, a un paradiso terrestre
abitato da muse eternamente giovani, dove la terra dà spontaneamente
frutti e Ia famiglia delle erbe e degli animali vive in tranquilla
armonia. Mentre il disegno si staglia nitido e compatto nella Iuce,
lo spazìo fluisce in Iieve andamento diagonale, come iI corso
d'acqua sullo sfondo, e ogni elemento vi si colloca secondo ordine
e misura. I'unica figura costretta, e come relegata ai margini del
quadro, è quella del pastore adagiato, e quasi nascosto, sotto
gli alberi. Ma anche nelle Bagnanti (1925), dove compaiono tre ninfe
o tre Grazie, la presenza umana appare compositivamente inessenziale.
Campi elisi o giardini edenici che siano, quelli abitati dalle leggiadre
donne serene, sono luoghi in cui l'uomo ha parte trascurabile, Iuoghi
che si pongono prima dell'inizio od oltre la fine della storia umana.
Sono, semmai, Ia presentificazione di un sogno: un pò come
in tanta pittura sacra cinquecentesca e secentesca l'apparizione divina
è la visione che ha il donatore, raccolto in preghiera ai margini
del quadro. La classicità di Carena, come la "quiete"
e la "serenità" a cui i suoi quadri si ispirano,
è una classicità più voluta che vissuta, più
desiderata che compiuta.
È più un'aspirazione che una realtà. NeI suo
mondo apparentemente "neo-rinascimentale" I'uomo non è
centro e misura di tutte Ie cose, ma un'appendice complementare, che
abita uno spazio di cui non padroneggia né totalmente il significato
né pienamente l'estensione. E la meditazione in cui sono assorte
le sue figure (che si ripete nel tema della donna davanti allo specchio,
del cavallaro davanti alla campagna, del pittore davanti aI cavalletto,
deI maestro davanti alla modella e agli allievi) non è che
una continua constatazione della distanza tra desiderio e realtà,
tra ricerca e realizzazione della bellezza, tra vocazione all'eterno
ed esistenza mortale.
Quando Carena dipinge Serenità, nel 1925, è da pochi
mesi a Firenze, dove era giunto alla fine dell'anno precedente. Nella
città toscana trova un clima culturale segnato anch'esso, come
quello romano, da una sensibilità classicista. Si trattava
in particolare di un classicismo che da un lato si estendeva al recupero
del Seicento e di Caravaggio, dall'altro accoglieva aI proprio interno
uria linea `moderna', che andava dai macchiaioli a Cézanne:
quel Cézanne che a Firenze si poteva vedere dal vero nelle
raccolte di collezionisti attenti come Carlo Loeser o Egisto Fabbri.
Questa nozione di classicità si mescolava dunque, come era
evidente anche dalle predilezioni che si coltivavano, a una tendenza
al realismo, considerato tipico di tutta l'arte toscana. Vediamo solo
qualche dato. In ambito fíorentino iI primo teoríco
del ritorno all'ordine era stato Soffici, che nel 1920 aveva pubblicato
da Vallecchi i quattro numeri della rivista «Rete mediterranea».
Nel 1922 (l'anno in cui alla Fiorentina Primaverile sotto l'etichetta
di Gruppo Valori Plastici avevano esposto, tra gli altri, anche De
Chirico, Carrà, Morandi, Martini) si era aperta la grande mostra
del Seicento e del Settecento: una mostra organizzata da Ojetti con
l'apporto di studiosi come Toesca, Marangoni e Venturi, ma a cui avevano
collaborato anche artisti fiorentini, da Andreotti a Maraini a Bacci.
E si può immaginare quale significato avesse rivestito, quale
traccia avesse lasciato una rassegna che era riuscita a coinvolgere
attivamente non solo gli storici, ma anche la generazione più
giovane e vitale degli artisti. Nel febbraio 1924 usciva la «Rivista
di Firenze», diretta prima da Paolo Mix e poi da Giorgio Castelfranco,
a cui collaboravano, oltre a De Chirico e Savinio, legati a Castelfranco
da vincoli di amicizia, anche giovani artisti toscani come Colacicchi
e Bramanti. Su questo foglio, che già nell'editoriale del primo
numero si richiamava a un equilibrio, considerato tipico dell'arte
toscana, fra realismo e idea, si potevano leggere tanto gli appelli
di Colacicchi a un'arte «eminentemente costruttiva e architettonica
quale nei più bei secoli è stata l'arte italiana»
quanto gli scritti di De Chirico sulla Parigi contemporanea. Nel novembre
1924 tra l'altro, proprio nel periodo in cui Carena giungeva a Firenze,
De Chirico pubblicava una riflessione su Courbet, additato a modello
di un realismo lirico ed elegiaco, ben diverso dal monotono verismo
diffuso in Italia. Quando, nel 1925, la «Rivista di Firenze»
chiude, il suo posto nella riproposizione di una classicità
venata di realismo e ben radicata nell'epoca contemporanea, viene
preso da «Solaria». Il primo numero della rivista esce
nel gennaio 1926, sotto la direzione del giovane Alberto Carocci.
Tra i letterati vi collaborano soprattutto Raffaello Franchi, Leo
Ferrero, Bonaventura Tecchi, mentre fra gli artisti troviamo Libero
Andreotti, Romanelli e alcuni dei giovani di tendenza novecentista,
che nel 1927 daranno vita al Gruppo Toscano Artisti d'oggi animato
dallo stesso Franchi: da Colacicchi e Bacci, presenti sulla rivista
anche in veste di storici e critici, a Bramanti, Dani, Pozzi, Vagnetti,
Marino Marini. Al gruppo solariano, che si riuniva nel caffè
delle Giubbe Rosse, Carena si avvicina subito, pubblicandovi a partire
dal sesto numero (giugno 1926) alcuni suoi disegni. E, anche al di
là di questi contributi e delle frequentazioni conviviali,
si avverte nelle pagine della rivista, tra il `26 e il `28, l'eco
di un dibattito che Carena non poteva non condividere e a cui non
poteva non partecipare. Di «Solaria» si è parlato
come di un foglio aperto all'Europa.
Questo è vero soprattutto per i suoi ultimi esiti, dal 1929
al 1936, l'anno in cui cessa le pubblicazioni. Ma nei suoi primi anni
raccoglie soprattutto l'eredità del classicismo pittorico di
Valori Plastici, sia pure nella sua linea più sofficiana e
realistica (Raffaello Franchi, del resto, era stato collaboratore
della rivista di Broglio) e del classicismo letterario della «Ronda».
Quest'ultimo si esprime in un riferimento diretto a Valéry
e a Gide, in una lettura di Saba e di Cardarelli come poeti classici,
in una concezione dell'arte come espressione dell'eternità
(«I'Arte! Aveva trovato. Era quello íl punto di contatto
fra l'effimero e l'eterno. Era essa che, sotto le apparenze anche
più fragili e leggere, scavava l'eterno» scrive Tecchi
in un racconto pubblicato sulla rivista).
E soprattutto si traduce in un appello al mestiere letterario, sia
pur corretto dalla consapevolezza che il significato di un'opera può
riscattare le imperfezioni dello stile. «Non siamo idolatri
di stilismi e purismi esagerati, e se tra di noi aualcuno sacrifica
il bel ritmo di una frase e magari la proprietà del linguaggio
nel tentativo di darfiato a un'arte singolarmente drammatica e umana
gli perdoniamo in anticipo con passione. Per noi, insomma, Dostoevskij
è un grande scríttore». Notiamo già in
questa dichiarazione, la prima, programmatica, di «Solaria»,
quell'attenzione bifronte allo stile e al dramma, alla classicità
della forma e alla vitalità del contenuto, all'arte e all'umanità
che anche Carena sentirà come propria. Ma non solo. Si parlava
del Seicento, nel circolo solariano, e di tradizione veneta, oltre
che owiamente di tradizione toscana. Colacicchi, scrivendo di Ennio
Pozzi, notava in lui anche una «enfasi secentesca», un
influsso della scuola veneta recuperata attraverso Spadini.
E Bacci, in tre lunghi interventi teorici, ricostruiva una genealogia
del paesaggio moderno che andava da Giorgione e Tiziano al Caravaggio
o della Fuga in Egitto e al vedutismo veneto, arrivando fino a Corot.
I'Ottocento francese veniva così ricondotto al Cinquecento
italiano senza contrapposizioni. Inoltre si parlava di realismo: un
realismo che evitasse i rischi sia dell'imita zione neoclassica sia
del verismo volgare. Bacci, soprattutto, ne sviscerava il concetto,
prendendo a modello Adriano Cecioni. Il riferimento polemico sottinteso
andava al gruppo del «Selvaggio», al teppismo di Rosai
e all'espressionismo popolaresco di Maccari: i solariani, pur appellandosi
alla realtà intendevano rimanere nell'ambito di una tradizione
alta, di una nobiltà narrativa che non si mescolasse con lo
spontaneismo del sermo humilis. (E va detto per inciso che la loro
diffidenza nei confronti della via espressiva seguita dagli strapaesani
era ampiamente ricambiata. Scriverà Rosai nel 1934: «È
chiaro che chi come Carena parta dal rinascimento e più precisamente
dal Caravaggio trova davanti a sé preclusa ogni strada per
aggíungere qualcosa al già perfetto. Io parlo agli uomini
di domani. Essi parlano ai cimiteri.»).
Al di là della comunanza di orizzonti e delle consuetudini
di frequentazione, comunque,Carena rimane lontano stilisticamente
dal gruppo del «Novecento» toscano, da cui lo divide quasi
una generazione e rispetto al quale si pone piuttosto come uno dei
punti di riferimento, influenzando artisti come Vagnetti, Pozzi, Dani.
Il suo assorto classicismo ha poco a che vedere sia col realismo neo-ottocentesco
di Bacci, sia con il quattrocentismo soffuso di metafisica di Colacicchi.
Più profondo, e non solo per una maggiore vicinanza anagrafica,
è il sodalizio con Libero Andreotti a cui lo accomuna, sia
pure nella diversità degli esiti, la predilezione per il manierismo
e per l'arte tardocinquecentesca. Insieme con Andreotti, tra l'altro,
Carena è nel 1930 il fondatore del premio di poesia (assegnato
nel 1931 a Montale). «L'Antico Fattore», che aveva luogo
nell'omonima fattoria fiorentina eletta in uesti anni dai due artisti
a nuovo punto di ritrovo conviviale. L'atmosfera di «Solaria»,
il suo appello parallelo a un'arte classica e umana lasciano una traccia
nella pittura di Carena della seconda metà degli anni Venti,
traducendosi in una progressiva intensificazione dell'elemento quotidiano.
Come le bagnanti diventano più corpose e concrete (si veda
la metamorfosi del soggetto, dalla versione del 1926 a quella del
1932), così i miti bucolici lasciano spazio a temi di vita
vissuta (La pergola, Il terrazzo, La mia famiglia, La mia famiglia
sotto la pergola), ambientati in una quiete agreste più reale
che ideale. Si tratta di una differenza soprattutto di accenti, rispetto
alle opere precedenti. Se si confronta la romana Cena di Emmaus con
la fiorentina Pergola (1928) si nota che i personaggi del teatro careniano
sono quasi gli stessi. Ma se prima erano i protagonisti di un evento
sacro, sia pure caravaggescamente umanizzato, ora sono 4 i protagonisti
di una tranquilla conversazione conviviale, sia pure nobilitata dal
secentismo dei personaggi. Manifesto di questo momento è comunque
La scuola del 1928, a cui Carena affida la metafora della sua idea
di arte. Si parla, intanto, di scuola, di un maestro e dei suoi allievi,
cioè di un'arte í cui rudimenti si possono insegnare
e apprendere: un'arte che non si fonda alla maniera moderna sull'originalità
individuale, ma alla maniera classica su leggi eterne e trasmissibili,
nella continuità della tradizione. In primo piano, inoltre,
campeggia la modella, che è il vero centro della composizione.
La scuola è in realtà la modella, su cui medita lo stesso
maestro, che si ritrae accanto a lei con pennelli e tavolozza, perché
l'arte non può essere che imitazione, attento riallacciarsi
alla natura attraverso l'esempio dei maestri. Che la modella riprenda
da vicino una figura tizianesca, infatti, non è casuale: imitazione
della natura e imitazione dell'arte conducono a un'identica meta e
giungono a coincidere. Accanto a questi elementi classici, però,
Carena ne inserisce altri, contrapposti. Lo spazio è, come
altrove, uno spazio dove la prospettiva tardo-manierista si sovrappone
a quella cézanniana: uno spazio non retto da leggi geometriche,
ma da leggi drammatiche, dalla volontà di rompere gli equilibri
compositivi per infondere dinamismo e tensione all'immagine. Inoltre
nello spazio ideale, sacrale, della scuola, irrompono figure impreviste.
Un giovane con un cappello è seduto ai piedi del letto, una
donna spalleggiata da due astanti emerge ai lati della scena, una
sagoma in abiti d'epoca si allontana sullo sfondo. Sono allievi, modelli,
comparse d'occasione? Immersi in una voluta ambiguità diventano
immagini della vita che fa irruzione nell'arte, che preme ai margini
della tela, che entra di prepotenza col suo disordine quotidiano nell'ordine
dell'opera. È come se la stessa geometria compositiva fosse
incrinata dall'affollarsi delle persone. E del resto non si leggeva
su «Solaria» che se un'opera aveva valori di drammaticità
e di umanità poteva permettersi qualche infrazione alle regole?
Mentre esprime questo precario equilibrio fra arte e vita, fra classicità
e realísmo drammatico. La scuola esprime anche il punto estremo
del classicismo di Carena. Da questo momento, e in particolare dopo
la grave malattia del 1929, l'artista tende progressivamente verso
quella che lui stesso avrebbe definito «un'umanitd sempre maggiore».
Di questa diversa sensibilità sono sintomo le dichiarazioni
del periodo. Nell'autopresentazione alla Quadriennale di Roma del
1931, Carena afferma: «Questi lavori. .. spero daranno all'osservatore
il senso come io dísperatamente lotti per líberarmi
da schemi usati e cercare la più diretta ispirazione del vivo».
E nel 1934, a proposito della Deposizione dipinta dieci anni prima
constata: aEra troppo aderente aglí antichi. Ora, dopo la malattia,
ho capito che l'arte dev'essere immersa ín un'umanítd
sempre maggiore». Ancora nel 1934, nel discorso all'Accademia
di Firenze, dichiara: «Il terribile oggi non è, per fare
dell'italianitd, prendere a prestito schemi o etruschi o pompeiani,
ma è dare uno stile alla vita quotidiana... E se in aualche
periodo glí artisti, invece di guardare alla natura, rifecero
cose passate... sono stari auelli periodí di decadenza».
Dunque il rapporto con la tradizione, per essere autentico e non monotono,
deve mescolarsi al rapporto con la vita. Non deve ripetere quello
che è stato già detto, ma ri-crearlo. In realtà
questa polemica nei confronti della mera copia era sempre stata presente
nel classicismo degli anni fra le due guerre, che non perdeva occasione
per ribadire la propria differenza rispetto al `neoclassicismo', inteso
come replica fredda, archeologica. Tuttavia in Carena la polemica
si carica, a questa data, di un particolare appello alla natura e
al dramma esistenziale.
In questi stessi anni dipinge Lo studio, che così descrive:
«È la mia vita... Ho amato la luce e i poveri... Ho voluto
che qualcosa, nel mio quadro, dicesse questo mio anelito, che mi porterebbe
verso l'arte sacra e che finora è rimasto inespresso... quale
umanità più grande, quale tragedia umana maggiore di
quella della Pietà? Si vive per capire questo e per cercare
la luce, sempre più luce».
Lo studio richiama anche nel titolo I'atelier di Courbet. E basta
confrontarlo con il precedente La scuola per vedere la differenza
di poetica che è intercorsa nel pensiero di Carena. Già
il titolo rimanda a un'idea più intimista dell'arte: l'artista
preferisce presentarsi non come un maestro circondato dai suoi allievi,
ma come un pittore nel Iuogo del suo Iavoro. La modella occupa sempre
il centro della tela, ma non è più un'immagine tizianesca
e la sua figura, più appesantita che florida, posta fra la
croce formata dal cavalletto e la Pietà incompiuta alle sue
spalle (di cuì essa stessa riecheggia quasi simmetricamente
Ia posizione), diventa un simbolo di vita sofferente, appunto come
i poveri attorno a lei. Anzi, la modella, la Pietà e i poverí
(descríttí dídascalícamente come tali,
nell'espressione spenta, nelle vestí consunte, nel fardello
miserevole in primo piano) formano un unico blocco compositivo e diventano
così l'elemento più importante del quadro: indicano
quella pietas umana che è il soggetto fondamentale della pittura
dell'artista. Lo studio si presenta allora come un luogo di meditazione
etica, oltre che estetica: un ambiente malinconico, ma non desolato,
perché vi irrompe la luce, evento naturale e metafisico insieme,
a cui è affidata una possibilità di speranza. Questa
profonda pietà, questo sentimento di compassione che anima
Carena si ritrova nelle opere dipinte lungo gli anni Trenta, in cui
prevale un'elegia ora sommessa ora struggente che pervade anche le
reminíscenze classíche. Così nella Pietà
realizzata fra il 1938 e il 1939 lunghe figure, scavate alla maniera
del Greco, fanno corona al corpo di Cristo, che riprende la Deposizione
michelangiolesca del Duomo di Firenze. L'insolita, affollata, iconografia
rende partecipi dell'evento una schiera di umili e di vinti, nel cui
dramma si ripete il dramma stesso di Cristo. I'ansia esistenziale
porta con sé anche un mutamento linguistico, che diventa evidente
alla fine del decennio nel prevalere dei valori cromatici su quelli
lineari, nel raddensarsi greve dei contorni, nella compendiarietà
del disegno, nel cedimento delle masse. La Predica (1940), ad esempio,
ha in primo piano una ripresa della Morte di Adamo dí Píero
della Francesca (quasí per suggeríre che le parole del
Santo si rivolgono a un'umanità primordiale, senza tempo),
ma la voluta approssimazione del disegno e la spessa consistenza dei
perimetri, tracciati direttamente col colore, dà all'immagine
una dimensione espressionista. Questa dimensione si accentua nel periodo
veneziano (Carena si trasferisce nella città lagunare nel 1945),
e in particolare dopo il 1948, quando l'artista conosce Kokoschka,
che era presente con un'intera sala alla Biennale dello stesso anno.
La pittura tragica e febbrile del grande pittore austriaco, con il
quale stringe una profonda amicizia, esercita una precisa influenza
su Carena, dilatandone la libertà espressíva. È
facile notare, in opere come Deposízíone (1950), ad
esempio, che l'artista giunge all'estrema dissoluzione dei volumi,
riducendo i corpi a molli masse di colore e i tratti del volto a pochi
segmenti sfatti. Se si osserva però più a fondo la composizione
si vede che Carena, pur disfacendo per così dire il corpo della
pittura, mantiene salda e compatta la sua architettura interna, legando
insieme in un unico blocco i personaggi centrali e disponendo le due
figure di donna ai lati della croce secondo un tradizionale ordine
simmetrico. Quello di Carena, dunque, è un espressionismo che
si innesta su un sostrato classicista e che, nei suoi esiti migliori,
coincide anzi con il recupero di una classicità vitalistica,
di una linea della tradizione che congiunge strettamente arte e vita.
Il molle disfarsi delle forme, lo sfibrarsi dei contorni si radicano
per lui non solo nelle ricerche moderne da Goya a Daumier a Kokoschka,
ma anche nella pittura dell'ultimo Tiziano, che poneva il colore sulla
tela direttamente con le dita, nella furia segnica dei teleri del
Tintoretto, nella tensione ascetica del Greco, nella luce smaterializzata
del Tiepolo. Per Carena espressionismo non significa deformazione
aggressiva o volontà caricaturale, ma vivido intensificarsi
della rappresentazione. L'immagine respira, vibra, si muove, vive
nella luce. E anche dove coincide con una meditatio mortis, come nelle
nature morte che sono una ripresa della vanitas secentesca ripensata
attraverso la tavolozza chiara del Tiepolo, la luce che avvolge gli
oggetti dà loro una dimensione di eternità. Lo riconosceva
l'artista stesso, a ottantadue anni, in una estrema confessione: «Che
cos'è auesta luce? Me lo son chiesto continuamente, nella mía
vita. È' forse il trasfigurarsi dell'oggetto, il suo spogliarsi
di ogni valore contingente. A Venezía il senso della luce mi
si è rivelato quasi all'improvviso. Ho sempre desiderato abitare
in auesta cittd meravigliosa; e ci sono venuto per trovarvi la pace,
per concludere qui la mia vita. Da diciassette anni sono veneziano.
Venezia è la città della luce: quella luce che ha saputo
cogliere mirabilmente il Tiepolo. Sard stata l'influenza dell'ambiente,
e insieme l'influenza dei grandi veneziani del passato: un Bellini,
un Tiziano, un Tiepolo appunto, dal quale ho derivato il mio amore
per i rosa, per i grigi, per i celesti chiari. Certo è che
qui ho capito che cosa è la luce». Elena Pontiggia
da Maestri del Novecento "Felice Carena"
G.A.M. Torino - 30 gennaio 7 aprile 1996. Fabbri editore
Tratto da: http://www.arte2000.net/ARTISTI/Carena_F/stile.htm.